PUCK
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Hai indovinato, sono proprio io. Sono un elfo, un folletto, uno spiritello...uno di quelli a cui piace giocare a nascondino col destino.Mi diverto a farmi rincorrere, a schivarlo, dribblarlo e, quando faccio tana, rido a crepapelle. Vederlo così faccia al muro, che spettacolo!
Si, si, dispettoso, malizioso e impertinente come l'omonimo più famoso, ma non sono quello là . No!! Ché quello fa così solo in una notte di mezza estate, per il resto gli piacciono le birre sulla pappagorgia e gli sgabelli a tre piedi... Io invece...
amo:
ridere, il mare in tempesta e cantare a squarciagola
odio:
tutti quelli che non sanno prendere decisioni
ascolto:
Fabrizio De Andrè Elliott Smith Divine Comedy The Smiths Pink Floyd Jeff Buckley John Lennon Nick Drake Nirvana Grandaddy Graham Coxon BlondeRedHead Calexico Miles Davis Charles Mingus... e ancora, tutta la buona musica
this week I listened:
film:
leggo:
Labyrinth (fantastico film di Jim Henson del 1986, ma io me ne sono innamorata prima per aver letto il libro); Uno, nessuno, centomila (L. Pirandello); American Psyco (B.E. Ellis); Perle ai Porci - Dio la benedica Mr Rosewater (K. Vonnegutt); Delitto e Castigo (F. Dostoevskij); Ubik (P.K. Dick); Una banda di idioti (J.K. Toole)e tantissimi altri... cosa c'è di meglio che leggere ascoltando la musica?
Faber dixit:
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Quando avevo 14 anni ero follemente innamorata di un ragazzo con il nome di una stella. Non se ne incontrano tanti con quel nome ed io ero innamorata come solo a quell'età si può esserlo. Ovviamente lui non mi cacava di striscio e il mio amore per lui si limitava ad appostamenti per osservarlo da lontano e a involontari urtamenti con il braccio quando avevo il coraggio di passargli vicino.
Ovviamente non gli ho mai rivolto la parola.
Poi sono andata via: Roma, concerti, circolo degli artisti, San Lorenzo e gli uomini sono diventati solo un piacevole diversivo, niente di appassionato o sconvolgente, fondamentalmente li ignoravo e me ne fottevo; ho preferito amicizia musica e cannabis.
Sta di fatto che a 18 anni, avevo appena finito con gli esami di maturità, decido di farmi un po' di mare in Sicilia e mi porto dietro Anna, una mia compagna di classe pazza quasi quanto me, e all'epoca io ero davvero una scattiata incontenibile e senza alcun tipo di freno... Appena approdate sull'isola, con in corpo l'euforia dettata dalla consapevolezza che avevamo finito di fare il botto con i 40 gradi romani e l'asfalto che si scioglie e noi in casa a mangiare kinder sui libri, andiamo subito a ballare, la sera stessa.
E chi ti gestisce 'sto locale sul mare?
Già, proprio lui: quello con il nome di una stella.
Lo vedo all'ingresso, mi giro verso Anna e, senza pensarci su oltre, le dico lo vedi quello lì che sembra un dio greco, ecco sarà mio!
Io c'ho la faccia come il culo, o meglio ai tempi l'avevo, e con una spregiudicatezza da manuale dopo mezz'ora che stavo dentro il locale già con lui parlavamo di tutto e di più. Il feeling è stato immediato, il mio sesto senso non mi tradì. Ero al settimo cielo, ma lui non lo ha mai saputo anche se, forse, lo sapeva benissimo. C'era un piccolo intoppo, però, alla realizzazione del mio sogno adolescenziale: lui era fidanzato.
Ho sempre ritenuto che fosse un problema suo e la nostra storia clandestina andò avanti per più di due mesi, tra biglietti infilati nelle tasche e pomiciate memorabili sulla spiaggia fino all'alba.
All'epoca, comunque, lui era uno stronzo e io una poco affidabile, perciò lui lasciò la sua ragazza perchè io l'ho fatto impazzire, ma non continuò a baciarmi se non saltuariamente... io tornai alla mia vita romana e tutto sembrò finire lì, anche se io non smettevo di pensarlo. Solo un paio di volte, quando mi trovavo sull'isola, lo andai a trovare sul posto di lavoro. Due deficienti, che credevano di essere fichi e si sono lasciati scappare, forse, la scopata più bella della loro vita e a trentanni lo sanno e se lo dicono.
Già.
Perchè io e il ragazzo con il nome di una stella non ci siamo rivisti per un lunghissimo periodo.
Solo una volta lo incontrai in pizzeria ed io avevo
Sono passati altri sette anni da quella sera in pizzeria, io ormai son tornata a vivere a Siracusa e il ragazzo con il nome di una stella lo incontro spesso, adesso. Peccato che noi due siamo dei disastri nel gestire i tempi... lui è di nuovo fidanzato e stavolta con una ragazza carina e simpatica che non farei soffrire mai, se non altro perchè a trent'anni evito di far bastardate e non mi accollo più sotterfugi e occhi bassi.
Però che bello incontrarlo al pub, che bello quando mi parla e la mia autostima schizza in cielo, che bello quando mi guarda e mi dice che sono incredibile e, si sente a pelle, che se ci baciassimo sarebbe meraviglioso.
Dovrei ringraziarlo ogni volta perchè mi fa sentire davvero la migliore, nonostante tutto. E io gli voglio un sacco di bene a quello lì con il nome di una stella e chissà se tra altri 10 anni non ci rincontriamo e magari riusciamo pure a fare l'amore, finalmente.
Io non sono più innamorata di lui, ma l'attrazione è la stessa di 10 anni fa.
Per lui idem, credo.
Alcuni le chiamano sliding doors... quella che univa i nostri destini si è chiusa troppi anni fa, ma in fin dei conti che importanza può mai avere? A noi restano gli sguardi e la consapevolezza che quando siamo vicini e ci parliamo, tutti e due, diventiamo più importanti e ci apprezziamo di più.
I WON'T STAY SOBER

A quelli che non sanno perché bisogna sgombrare l’incrocio e che si pietrificano alla rotonda.
A quelli che non si rendono conto di chi hanno di fronte quando danno fiato alle corde vocali e che l’empatia è il nuovo cocktail dell’estate.
A quello che c’ha la mia vespa, che spero abbia un incidente, dove se lui non si fa un graffio di contro la vespa è ridotta ad un informe e tagliente ammasso di lamiera blu.
A quelli che “su myspace mi sono fatto amici veri”.
A quelli che l’insonnia altro non può essere se non un locale notturno.
Al mio ex che è contento dell’inferno in cui mi fa vivere e che se continua ad ingrassare voglio, assolutamente, il biglietto per assistere all’esplosione.
A quelli che vanno in giro con gli stop rotti e se gli piombo addosso come una furia col cazzo che poi mi chiedono i danni.
Agli snob.
A quelli che vanno in chiesa e poi giudicano, e a quelli che non ci vanno ma giudicano lo stesso.
Agli intellettuali sinistroidi con la porsche.
A quelli che la passione è un nuovo tipo di cornetto algida.
Ai maniaci della pulizia e dell’ordine in casa e fuori il mondo lercio.
A quelli che non sanno mettere un punto alla situazione e rompono le palle a tutti, ché non si spiegano il motivo per cui alla fine si ritrovino sempre davanti a un punto e virgola.
Ai meschini; a Nuccio.
A quello che mi taglia la strada e, non contento, aggiunge un vaffanculo.
A quelli che la cosa più importante è apparire, e infatti appaiono proprio delle profumate e impeccabili teste di minchia.
A quelli che si comprano la moto seiecinquanta e se la fanno sotto dalla paura quando il loro piede ha un rapporto a tu per tu con l’accelleratore.
A quelli che non conoscono il vero volto del Grande Fratello.
A quelli che costruiscono castelli di cambiali per il motoscafo cabinato, ma poi gli manca la benzina e passano le domeniche ancorati sottocosta con lo stereo a manetta.
A quelli che giocano a palla con i sentimenti.
Agli struzzi che mettono la testa sotto la sabbia.
A quelli “oh, stai attento che mi buchi il pantalone Versace”.
Alle donne che un bambino è un buon motivo per non lasciarle, e agli uomini per cui invece non lo è.
A quelli che “io non mi masturbo”.
A quelli che non ti offrono mai una birra.
Ai mercanti di felicità letta tra le linee della mano.
Agli zombie coi carrelli nei centri commerciali.
A quelli che odiano la musica.
E a quelli che non si sono mai appassionati con un libro e commossi per un film.
A tutti voi, e a molti altri, statemi lontana, lo farei volentieri anch’io se non fosse per gli ovvi motivi che me lo impediscono.
Oggi sono di pessimo umore.

Va be' come vuoi...
Prosit
Consigli per l'ascolto durante la lettura del post: "God is a DJ", Faithless.
NON TUTTE LE SERE E' IL CASO DI ANDARE AL PUB
almeno non quando imita il Winchester

Nel pub dove sono solita passare le mie squallide serate riempendomi le vene di quella deliziosa bevanda al luppolo che è la birra, il giovedì accadono strani fatti. Non ci sono i tavolini fuori e ti mettono solo 1/4 di limone nel drink. Di contro una impossibile folla di ultracinquantenni, dentro l'angusto spazio dove la band suona, si dimena a suon di blues.

La solfa è sempre la stessa: stessa band, stesse cover, stessa scaletta... da anni.
Ma questo sarebbe il meno dico io. Perchè la parte terrificante la fa il pubblico. Sbugghione Americane (come chiama le zoccolone tardone quel gran genio del mio amico Wally) che agitano tette e culi su sessantenni poeti falliti ebrei (non sono razzista, tranquilli, quello a cui penso è ebreo davero! Gli altri aggettivi, invece, servono proprio ad offendere) e maniaci che vanno in giro con le tuniche bianche e il cappello e i calzini bianchi e un paio di ciabatte, e regalano a tutte le femmine la stessa poesia, ma il giovedì gli va bene perchè le sbugghione sono troppo impegnate a saltare per farsi uscire una tetta di fuori, così tutti le guardano e loro si sentono meno vecchie, pure se a guardarle è il poeta vecchio fallito e maniaco, per pensare a qualsiasi cosa di romantico.
Un altro gruppo di invasati affolla il corner destro della stanza suonando maracas artigianali ricavate dalle lattine di birra che hanno saggiamente bevuto prima, e donne isteriche con la pella sfloscia e dondolante si arrampicano sui tavolini e cominciano a fare le cubistedistocazzo strofinando i culi (ma solo perchè lo spazio è limitato, ti dicono se glielo chiedi) sui visi di quelli con le maracas.
Io e Wally in verità volevamo solo farci una birra, magari due.
Il problema però è logistico: come oltrepassare quell'informe massa gelatinosa che si ostina ad agitarsi?
Dai Wally, pensiamoci un attimo. Un modo ci sarà pure per raggiungere incolumi il bancone. Deve esserci.

Uhmmmm...
Allora abbiamo un lampo di genio, io e Wally. Lo commettiamo subito l'atto criminoso. Evitiamo così la parte più fastidiosa della sera, quella in cui ti ritrovi 0,40 cl di birra sulla maglietta.
Ok deciso,allora.
Wally sei pronto?
Sì.
E stacca i due rami più grossi dalla pianta di benjaminus posta all'ingresso del locale. Tieni, mi fa. Acchiappo il ramo e lo brandisco come un'esperta guerriera. Wally idem.
Forza andiamo. Uno... due... tre... viaaaaaaaaaaaa

Perchè si fermano? Miiiiiiiiii, io volevo bersagli in movimento...
Fregatene, anzi approfittane daiiii, e non ti distrarre il bancone è vicino ormai.

Ecco ci siamo, mi fa Wally. Ma cazzo ragazzi mi devo fermare un attimo e godermi la scena del mio amico sui feriti. Per forza.

E se non vi spostate ce n'è pure per voi mezzeseghe ballerine, dice con il piede sul podio.
Ci aprono un corridoio che manco quando passa la regina Elisabetta in Australia. Scopo raggiunto: gomiti sul bancone e, Christian falle due medie, và, grido mentre la musica riprende e fuori gli avvocati continuano a parlare di lavoro. O almeno penso che parlino di lavoro. Altrimenti che cazzo ci fanno fuori dal locale, perché la musica dentro è troppo forte, si scusano loro, in quel cortile che il giovedì è senza tavolini, tutti sti azzeccagarbugli e tutti sti malacarni (dove malacarni significa delinquenti pronti a uccidere)?
Bah, troppi fatti strani il giovedì.
Quando torno a casa sono convinta che l'unico brano che posso ascoltare è "Fear City" e lo faccio.
TEAR'S THERAPY
ovvero sul primo "Crying club" italiano

L'illuminazione avvenne un dì. Non uno qualsiasi, ma quello in cui mi trovavo in auto di ritorno allo studio, nel bel mezzo del diabolico traffico di mezza mattina, dopo un'incazzatura da manuale all'ufficio di collocamento.
Stavo dunque fantasticando sulla spettacolare resurrezione di Marco Biagi come zombie, solo per provare l'immenso e liberatorio piacere di staccargli, personalmente e di netto, la testa, o colpirlo a bruciapelo al cuore con una pallottola d'argento, piacere che si arricchiva della totale mancanza di rimorso o cose del genere, vista la singolarità della situazione, quando alla radio due tizi parlano della nuova moda che sta prendendo piede nel Regno Unito, in Giappone e in tutti quei posti dove la gente è particolarmente rallegrata dalle soddisfazioni che quotidianamente ci regala il nostro geniale sistema capitalistico (padre dell'ancora più geniale e premuroso consumismo esasperato): la Tear's Therapy.
Sono un po' distratta dallo zombie che ormai è a un tiro di schioppo; è una cazzata, penso.
Ma quelli alla radio son serissimi e continuano a parlare di questa nuova terapia contro lo stress.
E' quindi proprio vero?
La mia attenzione, a questo punto, abbandona il mucchietto di polvere a cui ormai è ridotto Biagi - fantasticheria che tra l'altro aveva perso ogni suo fascino dopo l'azione cruenta - e si concentra sulle voci alla radio.
Incredibile, affascinante, strepitoso!
In parole povere ciò che io faccio in solitudine, altri, più furbi di me, hanno trasformato in business. Luoghi dove riunirsi, magari guardando un film commovente, e piangere tutti insieme.
Yiiuuuuù.
"Il pianto è importante. Aiuta a liberarsi di tutto ciò che abbiamo dentro; depressione e stress compresi". Lo diceva la voce alla radio e stava leggendo la lettera di un ascoltatore che racconta di recarsi alle feste più divertenti per poi trovarsi un angolo, magari il più buio, e lì mettersi a piangere guardando tutti gli altri che ballano e si divertono. "Perchè sono stufo dell'ostentazione della felicità. Tutti lì, sempre pronti ad essere sorridenti o divertenti. Io no..."
Ecco, veramente anche io no.
Solo credevo fosse una cosa da fare in casa, da soli, in bagno magari. Sì, nel cesso. Nel mio cesso, quello che ultimamente è l'unica certezza, quello che alcune volte ci vorrei sprofondare dentro come nella scena di Trainspotting, quello che è perfetto allo scopo se ti ci siedi sopra, perchè la stanza è stretta al punto giusto da permetterti di poggiare la testa, avvolta in affettuoso abbraccio, sul muro di fronte.
Invece, no.
"Perchè sbaglio sempre a calcolare il peso delle cose. Ogni volta ti tocca indovinare se una cosa è pesante o leggera, specialmente quelle dentro di te, e indovini sbagliato, e così allontani gli altri".
Ci rifletto su un attimo. In linea di principio non sono d'accordo nel combattere l'ostentazione della felicità con l'ostentazione dell'infelicità, mi sembra sfacciatamente banale, ma le linee non mi sono mai piaciute quindi, ho deciso, questo della Tear's Therapy è l'unico business che possa permettermi. E' un investimento piccolo piccolo, penso.
Basterà sistemare un po' casa... uhmmm la luce naturale è ideale: non c'è. Compro una televisione più grande, un lettore dvd decente, magari qualche bel cuscino per sedersi a terra, visto lo spazio limitato dell'appartamento e... dovrebbe bastare. I cocktails li so fare, avogliaaa; fogli con strazianti testi di canzoni fanno già capolino un po' ovunque e la chitarra è poggiata al muro per fare un dispetto alla teoria del terremoto; dvd con film e cartoon strappalacrime a decine; musica triste a iosa; qualche candela ed il gioco è fatto: il primo Crying club d'Italia, cacchio.
E mentre tutti i tesserati, dopo un bombay tonic da me amorevolmente preparato, si accingono a passare una piacevolissima serata piangendo coralmente per gridare al platinato mondo in cui viviamo la falla del sistema, io vado a fare due chiacchere con il cesso. Ho alzato un po' di quattrini con questa storia e lui sembra esserne contento.
"Beato te" gli dico, e gli tappo la bocca per assumere una rassicurante posizione fetale.
Solo un piccolo dubbio... ma se metto la parola therapy sui volantini pubblicitari, non è che mi arrestano per truffa??
Dall'altra parte della porta i singhiozzi si ritmano sulle note di "A light so dim" - Black Heart Procession.
Ed oplà, eccovi servita la nuova estetica del pianto, amici miei.
LE FINESTRE SUL CORTILE
(eehmmm... voglio dire!)

Punto di vista #1
Il ragazzo che esce dal portone del suo palazzo condominiale.
Il ragazzo che esce dal portone del palazzo condominiale ha uno zaino sulle spalle e si appresta ad andare a mare. Luigi lo aspetta a casa, perchè la sua auto quel pomeriggio serviva alla mamma. Il ragazzo ha l'aria felice e indossa un boxer con sopra solo una maglietta rossa con il simbolo di Dare Devil (DD), zaino in spalla e occhiali Raiy-Ban, ha un paio di ciabatte in plastica di quelle da piscina con i chiodini che ti massaggiano sotto il piede, o te lo fanno addormentare, a seconda della sensibilità del soggetto. Uscendo all'aperto da uno sguardo veloce al cielo, si lascia abbagliare un istante dal sole, ma tanto ha i Ray-Ban pensa, e si pregusta il bagno a mare che farà tra pochissimo. Intravede una ragazza che fuma al balcone, è carina pensa e spera di incontrarla almeno una volta nel cortile, così magari le chiede una sigaretta e si conoscono. Il cortile in cemento del condominio è rovente, fuma anche lui e crea miraggi di pozzanghere, ma la macchina del ragazzo che esce dal portone è posteggiata sotto un rigoglioso albero di magnolia grandiflora che come una madre premurosa con le sue foglie color verde smeraldo l'ha protetta dalla calura rovente del primo pomeriggio. Il pensiero crea non poca soddisfazione nel giovane, non tanto perchè troverà l'auto se non fresca almeno non trasformata in forno, quanto perchè lo sorprende che la notte prima, ubriaco fradicio, abbia avuto la premura di ricordarselo che non avrebbe toccato l'auto se non prima delle due, le tre, del pomeriggio. O forse era stato solo un caso, ma non per caso. Va be', il mare mi aspetta è il pensiero successivo. Il ragazzo entra in macchina, mette in moto, accende l'aria condizionata, infila nel lettore cd "Canzoni a manovella" di Capossela ed esce dal condominio. Luigi mi aspetta è l'ultimo pensiero prima di mettersi a cantare.
Punto di vista #2
la ragazza appoggiata alla ringhiera di un balcone al quinto piano.
La ragazza appoggiata con i gomiti al balcone del quinto piano fuma una Malboro rossa morbida. La ringhiera calda del sole di luglio la costringe a impercettibili spostamenti per non bruciarsi l’avambraccio. Le auto posteggiate nel cortile sono pedine di un domino che vorrebbe ribaltare, così, solo per sapere quale figura si sono inventate, e il ragazzo che esce dal portone con il costume e una maglietta rossa, pronto per un tuffo in mare, è la voglia d’estate che vorrebbe rimandare. Si sporge per vederlo meglio e proprio sotto di lei intravede un camion rosso, sono giorni che è lì. Il camion ha il cassone pieno di cassette di pomodori rossi e sembra quasi che il colore del furgonato sia stato scelto dopo l’arrivo degli ortaggi tanto è uguale. Qualcosa cade al suolo, è una di quelle mollette in plastica colorata che si usano per stendere i panni. La ragazza appoggiata alla ringhiera del balcone alza lo sguardo per capire da dove fosse venuta e vede, su uno dei balconi del palazzo di fronte, un bambino che fa roteare, combattere, scontrare quegli affari di plastica colorata come fossero i robot del Grande Mazinga. Sorride al ricordo dei giochi ed ecco che il suo sguardo è di nuovo sull’asfalto. Il camion si nasconde al fresco delle foglie di una enorme magnolia grandiflora, appostata proprio al centro del cortile in cemento. La ragazza aspira una boccata dalla sua malboro e osserva la bellezza di quelle foglie lucide, verdi come lo smeraldo e striate da venature terra bruciata. La magnolia è di quelle con i fiori bianchi che sembrano ninfee acconciate con delle forcine sulla chioma di una robusta ma elegante signora. L’albero sotto la ragazza ha una splendida acconciatura con ben quattro fiori a tenerla in piedi, arricchita qua e là da un timido bocciolo ambrato. La sigaretta è finita ma la ragazza si sofferma ancora qualche istante, si domanda chi mai abbia avuto l’onore di scegliere i colori del mondo, poi rientra in casa accende il pc e devo finire prima di sera è il suo ultimo pensiero prima di mettersi a scrivere. Nella sua stanza il piano di John Lennon.
Punto di vista #3
Il bambino di dieci anni che gioca sul balcone con le mollette per i panni.
Il bambino che gioca sul balcone con le mollette per i panni in plastica colorata è appena atterrato su Marte a bordo del suo robot superaccessoriato di armi. Lui sta dalla parte dei buoni; i buoni sono le mollette rosse, i cattivi le mollette verde bottiglia. Un cattivo verde bottiglia si sta avvicinando, ma la schiera di buoni rossi (il bambino ha tre mollette rosse agganciate alle dita) non ha timore, è pronta alla battaglia. Voli in picchiata da entrambe le parti, combattimenti accompagnati da suoni tipo booom aah stung, missili sganciati, scontri fragorosi... e una molletta gli vola giù dal balcone. Ah ah, così impari ad aver pensato di distruggere la nostra colonia su Marte pensa e si sporge a guardare la molletta cadere, perché ai bambini piace far cadere le cose, sperano che si rompano. Una voce dal piano di sotto lo sgrida “la smetti di buttar giù le cose?”. Sì nonna risponde il bambino di dieci anni che gioca sul balcone con voce atona e il suo occhio cade sul simbolo stampato della maglietta rossa di quel ragazzo che sta salendo in macchina. Ma è Dare Devil, il mio supereroe preferito! Per il bambino ancora non è difficile usare la fantasia ed eccolo che corre in tuta rossa sui tetti dei palazzi lì intorno. Quello di fronte ha una terrazza lunghissima, ottima per prendere la rincorsa e spiccare un salto di quelli intergalattici e atterrare incolume sull’altro edificio, nessuna paura lui è Dare Devil, ha pure il radar. Proprio mentre sta per saltare impavido, sorretto dalla consapevolezza dei suoi sensi superpotenziati… “Pierino c’è il gelato, lo vuoi?” è la mamma che lo aspetta in casa con la cialda in una mano ed il cucchiaio nell’altra. Va be’ pensa il bambino il salto può aspettare il gelato no, si squaglia, ed entra in cucina. In televisione la sigla dei Pokémon. Sono proprio fortunato è il suo ultimo pensiero prima di imbambolarsi davanti alla tv.
Punto di vista #4
L’anziana signora seduta sulla sdraio che lavora con i ferri.
L’anziana signora seduta sulla sdraio che lavora con i ferri ha le mani sudate. Sta facendo un maglioncino di cotone per il nipotino. Pensa che ormai non ha più le mani ferme di una volta e si fa prendere dal timore di non finire il capo prima dell’arrivo dei temporali estivi. Sarebbe un peccato non vederglielo indosso, il bianco sta così bene a Pierino quando è abbronzato, mentre pensa così una molletta dal piano di sopra cade giù. La smetti di buttar giù le cose? Grida al nipote che abita sopra e intanto continua a sferragliare. L’anziana signora seduta sulla sdraio in realtà non ha più molto a cui pensare, continua quel suo lavoro di asincronismo ritmico e perfetto fin quando non si stanca, allora si alza dalla sdraio, entra in casa, accende ventilatore e tv e mette canale 5. Sta iniziando la De Filippi è il suo ultimo pensiero prima di addormentarsi sulla poltrona davanti a signore biondo platino che dicono la loro.
Punto di vista #5
Il bastardino che alza la zampa per far pipì.
Il bastardino che alza la gamba per far pipì è marrone con le chiazze bianche, non ha collare ma circola sempre nel cortile. Pensa che quello sia il suo territorio e lo difende quando arrivano animali, alza la zampa per far pipì sulla magnolia grandiflora perché è l’unico albero nel cortile di cemento. E’ la cosa più bella che abbia mai visto è il suo ultimo pensiero, poi scava una fossa nella poca terra e si mette a dormire cullato dalle armoniche di foglie suonate dal vento.
Punto di vista #6
Il punto di vista di Bokonon (Vonnegut non me ne voglia).
Perifrasando il consiglio di Gesù:”date a Cesare quel che è di Cesare” Bokonon disse:”Non badate a Cesare. Cesare non ha la più pallida idea di cosa stia veramente succedendo”.
In questa dimensione qualcuno batte i polpastrelli su una tastiera e ascolta "Are you ready" Graham Coxon.
COSE CHE SUCCEDONO

Ad un certo punto della serata, Lei decise di andarsene.
No che non si fosse divertita, anzi.
Alla performance di quel tipo aveva riso fino a piangerne e aveva conosciuto quei due di Barcellona, che viaggiano da un anno e per vivere hanno raccolto frases in Danimarca. Terra carissima dove loro sono riusciti a racimolare un gruzzoletto solo perchè il datore di lavoro gli regalava i "frutti dell'orto".
Be', sta di fatto che Lei, ad un certo punto della serata, decise di andarsene.
S'incamminò, dunque, verso casa.
Per andare a casa sua, prima, deve farsi una bella salita. La percorre con il passo incerto di chi sta riscaldando ancora i muscoli delle gambe. La bella salita porta ad una piazza. La piazza è illuminata e Lei, che ha preso confidenza con il luogo e con il suolo, cammina più consapevole dei suoi arti inferiori.
Sotto il lampione destro della piazza, una ragazza bionda gioca con un cane. Lo rincorre perchè vuole levargli la pallina che stringe tra i denti, il bastardino le gira intorno e appena la bionda allunga la mano per avvicinarsi al suo muso, lui, con uno scatto, si allontana.
La Nostra osserva la scena, ma il suo passo, adesso, è spedito, veloce.
Supera la ragazza bionda, il cane e la pallina. Non se ne rende conto ma sta quasi correndo.
Supera una coppietta di adolescenti. La ragazzina racconta al fidanzato di quando una sua amica ha trovato il ragazzo ubriaco.
Supera il signore con i baffi, lo sgabello, una chitarra e supera la foto poggiata alla custodia della chitarra, aperta.
Supera due distinti signori che si tengono sottobraccio e sono tutti intenti a leggere un giornale murale. Il 75% della superficie di tale giornale è pubblicità. La signora porta un vestito lungo, giallo canarino, di lino, credo.
Cosa di interessante staranno mai leggendo?
Non le è dato saperlo, ora corre. La strada l'aiuta e si trasforma in discesa.
Supera, con una curva larga, due ragazzi fermi ad un crocevia. Guardano il cellulare, uno dei due dice - sono le due -. - E' tardi - pensa Lei e intanto corre.
Supera l'indiano (o forse era srilankese?) seduto sugli scalini con le rose rosse; il negozio con quella bigiotteria che le piace tanto; il marito che tiene il passeggino con la mano destra e la moglie che lo tiene con la sinistra, e il bambino sul passeggino; la Chiesa, che ormai, quando ci si sposa, non tirano più il riso bensì odiosi cuoricini di carta velina che ti entrano dentro casa, e te li ritrovi per giorni nel letto, nella doccia, nella minestra.
E supera la porta d'ingresso di casa sua.
Non da peso alla cosa.
Supera il ristorante, il ristorante cinese ed il bar che vende la birra cinese.
Supera un ponte.
Supera la città...
Continua a correre e, un po', si sente stupida come quell'altro stupido in un film famoso.
Ha un lettore cd portatile con sè e sta ascoltando "I am trying to break your heart" - Wilco.
IL MICROC(H)IP

I PRO e i CONTRO
- Mi piacerebbe tanto avere la possibilità di farmi installare uno di questi microchip dell'ultima generazione.
- Di quelli che si immettono tra il Ponte di Varolio e il Mesencefalo?
- Sì, mi interessa quello con il teletrasporto. Sai con tutte le cose da sbrigare... e poi, ci pensi, che comodità la notte? Mai più problemi con le forze dell'ordine.
- Sempre che nel momento fatidico non si intrufoli una mosca...
- Che c'entra, quella è preistoria. Già i prototipi, poco tecnologicamente avanzati, di Star Trek non davano problemi al riguardo.
- Ho sentito che, di recente, ne hanno messo in commercio uno che è fantastico, farebbe proprio al caso tuo.
- Ah, sì?
- Permette la frammentazione molecolare autogestita e volontaria, avvalendosi di sofisticati programmi che utilizzano tecniche di clonazione del DNA. Con i programmi più complessi ci si può clonoframmentare fino ad un massimo di 37 unità, con il modello base, invece, ci si può triplicare.
- Come essere Flash ma senza ricorrere ai superpoteri, insomma.
- In un certo senso... Ti permette di essere in più posti contemporaneamente nel pieno delle tue facoltà fisiche e psichiche.
- Ho capito. Come ricevere il dono dell'ubiquità, ma senza la mano di dio. Ehmmm... ma... così non si corre il rischio di bere troppo?
- Certo, è uno dei pericoli.
- Ma t'immagini? Tu che puoi fare tante cose insieme, così tante che un tuo Tu è lì, fermo, che ti guarda grattandosi la testa e si annoia. Meraviglioso! Uhmm... essendo una novità potrebbero esserci offerte. Sei a conoscenza di una qualche promozione per l'acquisto dello straordinario gingillo?
- No, anche il modello basic lo vendono a prezzo pieno, purtroppo. Mi sono informato proprio l'altro giorno.
- Peccato.
E CADE IL SILENZIO.
L'installazione del microchip oltre ad essere un'operazione complicata e delicata, richiede anche un notevole dispendio di denaro...
e poi bisogna considerare che comporta manutenzione continua, a volte il programma si impalla e, ovviamente, va aggiornato.
thank to Roman Polanski & Sidney Pollack
ZOMBIE

Il mare ha lo stesso colore del fango, e i pescherecci e i velieri dei signori possidenti, attraccati al molo, sembrano giocattoli abbandonati su una pozzanghera da bambini troppo impegnati a saltarle sopra e a schizzarsi tutti per ricordarsi delle loro barchette. Prendono a calci, con violenza, l’acqua come se potessero mai colpirla, e intanto le loro scarpe da ginnastica si inzuppano e diventano pure quelle color del fango. Gli schizzi si fanno sempre più imponenti e raggiungono ogni cosa: pantaloni, magliette, mani, giubbotti, visi. Grosse gocce sono comparse anche sulla mia borsa in pelle marrone. Si espandono e forse resteranno lì per sempre a testimonianza di questa strana giornata di giugno, che sembra novembre e c’è freddo e non la vuole smettere di piovere e ti assale quella stessa stramaledetta malinconia, che adesso ha sbagliato proprio periodo. Le lenzuola bagnate svolazzano, le intravedo dalla finestra, e la mia gamba non vuole smetterla di agitarsi. Gli Arab Strap non la smettono di suonare, il mio gomito non la smette di alzarsi, la mia gamba, proprio non vuole saperne di stare ferma. Mi accendo una sigaretta e mi vado a bagnare un po’ sotto la pioggia. L’aria è surreale, ferma… come se il tempo si fosse bloccato. Per le strade non si vede nessuno, eppure sono le 19,30. Dove sono quelli del ristorante qui di fronte e quelli che escono dai negozi e quelli che vanno a lavorare nei pubs? E i bambini nelle pozzanghere? La strada è deserta. Si sente la voce di Aidan Moffet che si diffonde nell’aria e il cielo non potrebbe essere più cupo, tra l’altro il sole è basso e tra poco tramonterà. Le barche in sosta sul molo sono, ora, vascelli fantasma, sinistri e ondeggianti su un mare di fango. Mi vengono i brividi, meglio rientrare in casa. Come se lì potessi essere al sicuro, penso, una spallata e l’hanno buttata giù! Comunque, mi chiudo dentro. Le lenzuola continuano a svolazzare, ma il cd è finito e la stanza, adesso, sembra ferma, anch’essa, ed io mi sento inquieta, parecchio inquieta. L’assenza di musica esalta l’assenza di rumori, mormorii, brusii che normalmente animano la viuzza di casa mia. Forse ieri sera non dovevo vedere da sola quel vecchio film di Roman Polanski. O forse il tempo si è fermato davvero, un millesimo di secondo e a me sembra un’eternità. E, se davvero si è fermato, perché ho paura? Se si fosse fermato per me, per darmi l’opportunità di farne qualcosa di meraviglioso, perché mai non dovrei essergliene riconoscente?
Mentre rifletto su queste piccolezze, un gran trambusto, fuori, rompe il silenzio. Mi avvicino circospetta alla porta, scosto la tendina e guardo. Il sole è tramontato. L’aria è più lugubre che mai adesso che anche quel clamore grottesco si avvicina.
Che fare?
Chiudo tutto quello che c’è da chiudere, mi barrico praticamente in casa, ma la curiosità mi porta all’incoscienza e allora lascio proprio uno spiraglietto dalla porta, giusto per dare un’occhiata. Il clamore si fa frastuono, sono terrorizzata. Serro gli occhi, mi metto anche una mano davanti per evitare tentazioni, poi cedo e lancio uno sguardo veloce.
Il terrore mi abbandona per lasciare spazio alla delusione.
Perché mai, stasera, avranno voluto fare quest’entrata spettacolare?
Cazzo, sono solo i soliti zombie che si vedono in giro tutte le sere.

(postato oggi,sì, ma scritto in altro luogo e in altro tempo e con ben altra gradazione alcolica in corpo!)
Ecco in verità non so proprio se la verità che ho intenzione di vomitarvi addosso ora sia veramente la verità. La vera verità è che tutto quello che mi sembra vero un attimo prima, un attimo dopo è lontano anni luce dalla verità. La verità è che tutte le verità che fino a qualche tempo fa erano come montagne secolari, ben radicate nel terreno, oggi non sono altro che colline vittime dell’esarazione dei miei sentimenti. E poi mi ritrovo a rispondere “bene” alla domanda “come stai?”. Domanda comune. Risposta ovvia. Già. Verità? Neanche per sogno. Anzi neanche in sogno. Bevo un altro po’ di birra così stasera non corro il rischio. La bevo dalla pinta e sgranocchio pistacchi, ma a voi che ve ne importa... Faccio un altro sorso e quasi quasi mi viene voglia di uscire. Ci ripenso subito. Primo alle mie orecchie arriva adesso Disamistade e alzo il volume lasciandomi cullare dalla voce calda e limpida del cantautore; secondo il vuoto è vuoto, dentro casa e fuori casa. Lui ha la facoltà dell’immutabilità. Gli fa merito, è facoltà difficile da trovare.
Mi sorprendo a pensare che colore possa avere il vuoto. Chissà perché, così di primo acchito, ce lo immaginiamo nero, eppure potrebbe essere bianco. Sono entrambi non colori anche se a rigor del vero lo spazio è nero, anche il buco nero dovrebbe essere nero e anche il baratro sembra nero. Però io il vuoto, il mio vuoto, lo vedo color rosso-arancio. Sì. Avete presente il colore della ruggine? Ecco il mio vuoto lo vedo così. Mi corrode come la ruggine corrode il ferro.
Non è poi così male il color ruggine, quest’anno è pure di moda. O forse era l’anno scorso, non ricordo. Sta di fatto che mi sento annegare in un mare color ruggine. Annaspo cercando un appiglio. Qualsiasi cosa andrebbe bene, che ne so un tronco galleggiante, ma vi assicuro che trovare un tronco galleggiante in oceano aperto non è cosa facile. Mentre annaspo faccio altre cose. Penso altre cose. Potrei anche decidere di smetterla di non lasciarmi andare. Potrei anche decidere di farlo, magari proprio adesso. Ma, che cavolo, la scelta è impegnativa! Se mi lascio andare, così senza alcuna resistenza mi lascio andare, dove cazzo mi porterebbe la corrente? Intendo se mi lascio andare proprio ora, in questo preciso istante. Perché se lo decidessi solo qualche attimo dopo, sì dopo che mi scappa la pipì e vado in bagno e perdo circa cinque minuti nell’operazione di svuotamento della vescica, ecco se lo decidessi allora di sicuro la corrente mi porterebbe altrove. Allora non è tanto la decisione in sé quanto il momento, definito e circoscritto, in cui la si trasforma in azione.
Sempre più difficile… entrano in gioco variabili quasi impercettibili. Da cogliere al volo da tenere gli occhi aperti. Bene aperti.
“… Rimandare l’appagamento è roba da adulti o da psicopatici. E rimandarlo all’infinito è un codice di condotta decisamente austero e ascetico. Le lotte interiori non sono divertenti. Né particolarmente sane. La noia incombe sempre. …”
Chris Bachelder “Orso contro squalo –il romanzo-“ ed. Minimum fax
L'intervista

Ogni volta che andava al giornale Gianfranco le chiedeva “ perché non la intervisti?” e lei “ ma dai, mi vergogno. Mica posso andare da quella che sta lavorando e dirle – sei tu la ragazza che girava film porno? Sai il giornale per il quale ogni tanto scrivo vorrebbe una tua intervista. Che fa me la concedi?- Già m’immagino la risposta. – Pure qui mi devo concedere?- Dai mi risponderebbe così. Non lo so se troverò il coraggio.” A quelle parole Gianfranco sorrideva sornione ché lui Alice la conosceva bene e sapeva che di coraggio ne aveva da vendere. Con lo stesso sorriso stampato in viso le rispondeva “ Vabbe’ se ci ripensi fatti viva” e sottolineava “ sarebbe una notiziona. Una di quelle che fanno vendere un sacco di copie. Avremmo l’esclusiva e saresti tu ad aver fatto la grande intervista.”
Certo, la cosa l’allettava ma doveva studiare l’approccio giusto, quello che avrebbe fatto sbottonare la porno attrice senza imbarazzi.
Lavoravano a pochi negozi di distanza, Alice e l’attrice di film a luci rosse. All’interno di un centro commerciale. La nostra la vedeva tutti i giorni, truccatissima e con acconciature all’ultima moda, che scherzava con i baristi quando andava in pausa per un caffè. Ogni volta le passava per la mente Gianfranco, l’articolone, l’invidia tipica di quel tipo di redazioni, l’intervista.
“ La fermo e glielo chiedo” e la fissava sperando in una sua qualsiasi reazione. Ma quella niente. Era abituata agli sguardi incuriositi perché tutti sapevano del suo precedente lavoro. La notizia si era sparsa da subito e tantissimi erano già venuti nell’ipermercato solo per poter vedere la porno diva locale che vendeva profumi e ombretti. “ Meglio così” pensava Alice “ non voglio scrivere questa cosa. Che razza di notizia è mai. – Commessa del centro commerciale rivela il suo passato di attrice porno -. Bleah, disgustoso. “ S’incazzava Alice al pensiero che un suo articolo non era passato sul quotidiano. L’aveva inviato da più di un mese. Va bene che si trattava di una cosa per pochi attenti lettori, però un mese, cazzo, si trattava di un sacco di tempo. Al giornale preferivano le porno dive. Vendono di più. Vecchia storia. La nostra giornalista in erba aveva scritto decine di articolucci di quel genere…
“OK, se vogliono l’articolo sull’attrice porno, l’avranno! Sono una giornalista, no? “
Si piegò sulla definizione e si diresse alla profumeria dove lavorava L.
“ Ciao. Non mi conosci… piacere mi chiamo Alice… sai lavoro nel negozio qui accanto…”
“ Ah sì, ti ho visto in giro per il centro.”
“Sì, ehmm… scusa se ti disturbo, ma sai ogni tanto, così nei ritagli di tempo, scrivo per un quotidiano e… uhmm… volevo… cioè mi chiedevo se poteva interessarti rilasciare un’intervista per questo giornale. A loro interessa la tua storia e allora… ecco avevo pensato… sempre che tu sia d’accordo, s’intende, se ti andava di scambiare due chiacchiere con me. Magari ti scoccia, non so…”
“ No no, fantastico. Che bello non pensavo di essere così famosa! Ma la foto la mettono?”
“ Sì… vediamo posso chiederlo.” Alice sembrava confusa.
“ Bene. Finisco il mio turno alle tre, ci vediamo al bar?”
“ Ok … al bar.”
Quella lì era la felicità in persona. Altro che disturbo, sembrava una che avesse passato le selezioni per il Grande Fratello! “Sciocca moralista che credi ancora alla privacy” borbottava Alice accendendosi una sigaretta.
Mezz’ora dopo, eccola L. Camminava verso il bar entusiasta della notorietà che presto le sarebbe ripiovuta addosso. E tutti la guardavano e lei pensava a quale foto avrebbe dovuto scegliere e pensava che presto l’avrebbero chiamata di nuovo per lavorare nel programma notturno di quella tv locale e pensava che avrebbe dovuto rinnovare il guardaroba e magari cambiare colore dei capelli.
Alice pensava “sciocca moralista che credi ancora alla privacy. Hai perso tutto ‘sto tempo e lei invece non aspettava altro!”
Due ore dopo l’intervista era in redazione. “Quaranta righe con foto” le aveva detto Gianfranco. Il giorno dopo le quaranta righe di Alice occupavano la seconda pagina della cronaca locale, che… mica te la cedono così!
Non la danno neanche al racket , a meno che non ci sia scappato il morto.
Il giornale ha venduto tutte le copie. Gianfranco era felice. L. era al settimo cielo ed era bellissima. Alice era confusa… però era una giornalista e l’intervista l’aveva fatta!
INTERVISTA:
A che età hai cominciato a girare film a luci rosse?
Be’, a diciott’anni. Almeno… a diciott’anni si diventa maggiorenni, no?
Sì.
A diciott’anni, ho cominciato a diciott’anni.
Non ti sentivi troppo giovane, come dire, immatura per quel tipo di lavoro? Eri poco più che una bambina insomma.
Ma stai scherzando? Tutte le ragazze a quell’età sono delle troie. Si può dire troie? Allora ho pensato perché non fruttare la mia voglia di sesso per guadagnarci un po’ su, lo faccio per qualche tempo, mi compro qualche vestito, mi faccio qualche viaggetto, mi diverto un po’ e poi lascio perdere. Invece c’erano sempre vestiti nuovi nelle vetrine e offerte di viaggi irripetibili spiattellati sui muri vicino alle travel agency e così, sai com’è nell’ambiente si guadagna bene, soprattutto se sei brava e io lo sono, ho deciso di continuare.
Come ti hanno scoperto?
Ballavo sul cubo in un locale. Non ricordo il nome. Mi hanno fatto fare il provino con uno che non ti dico quanto ce l’aveva grosso. Mai divertita tanto. Mi hanno presa subito.
Non ti imbarazzava fare sesso davanti la troupe?
All’inizio. Be’ pensandoci è stata questione di minuti non di più. Quelli là sono dei professionisti, che ti credi!
No no, ti credo. Dicevo così per dire. Quanti film hai girato?
Il conto preciso non l’ho tenuto, ma diciamo uhmm…circa un centinaio. Ho conosciuto un sacco di gente e, posso dirlo, anch’io sono conosciuta da tanti che si sono divertiti un mondo a guardarmi. Mi piace l’idea di fare felici quelli che comprano i miei films.
Se ti piace così tanto come mai adesso lavori in una profumeria?
Perché ho un’età e a meno che non sei Moana Pozzi o Cicciolina, i registi cominciano a non vederti più tanto interessante. Cercano ragazze più giovani e allora tu ti devi dare da fare con altre cose.
E ti piace il lavoro che fai adesso?
Ho lo sconto del 20% su cosmetici e profumi. Mi riconoscono in tantissimi, sai? La maggior parte degli uomini che entrano nella profumeria vengono solo per me. Questo mi piace. Comunque non ho mollato del tutto il mondo dello spettacolo. Ancora mi offrono qualche parte, minore certo, ma resti nel giro.
Il tuo titolare cosa ne pensa di questa situazione?
All’inizio l’ha presa male. Ho rischiato di perdere il posto. Poi però ha capito che su 100 uomini che entrano solo con lo scopo di guardare me, 99 comprano qualcosa per celare le loro intenzioni. Nessuna profumeria ha una così alta percentuale di clienti uomini.
Come passi il tuo tempo quando non fai la commessa e non stai girando un film?
Faccio shopping vado a ballare e scopo con un sacco di bei ragazzi! Ma… la mettono la foto sull’articolo?
Sì, sì la mettono non ti preoccupare. L’articolo esce domani e… grazie.
Figurati, grazie a te.
Trentasette metri quadrati per cinque ragazze. Forse anche meno lo spazio condiviso da tutti quelli che entrano, ma non da loro. Anna, Agata, Alessia, Alberta e poi c’è Irene…tutte pensano nei momenti morti “ Ragazzi”, passano in rassegna i locali più in dove trascorrere la serata, ché mancano solo poche ore e bisogna organizzarsi. Irene è anche lei, nei momenti morti, assorta nei propri pensieri…ma non lì, che quello là è un posto freddo dove si resta abbacinati dalla luce bianca e artificiale dei faretti al neon…Adesso si trova in un altro bianco, circondato dal verde dell’antichità…è in Grecia, secoli fa, che guarda affascinata le case, bianche, i templi, bianchi anch’essi, e si incanta su un cielo limpido dove brucia un sole caldo. Riesce a vederlo chiaramente il carro infuocato guidato dal dio Apollo, che chissà perché se lo immagina tale e quale al David di Michelangelo, e resta lì immobile e potrebbe restarci una vita a fissarlo chiedendosi come abbia mai fatto Dafne a rifiutarlo. Ché la sua di domanda è sempre meglio di quello che gira per i trentasettemetriquadri. La notte si avvicina e quelle altre lì dentro si infervorano…” Secondo te è meglio che con la minigonna nera e gli stivali bianchi col tacco a spillo metta gli scaldamuscoli fucsia o gialli?”… “Si, hai ragione meglio fucsia che ciò pure la cintura e la borsetta da abbinargli”… Irene ritorna dal suo Apollo/David, e vuole restarci, in compagnia della sua inutile domanda. “Buonasera” dice a una signora e intanto, lì nella Grecia degli dei, passeggia con Platone tra le vie della polis discutendo di Socrate e del mondo delle idee e degli uomini e della metafisica e della democrazia e del teatro e del prossimo convivio disposta anche a ritrovarsi lì subito. Disposta a ritrovarsi lì subito pur nella consapevolezza di poterci essere solo a costo di possedere un pezzo di carne in più!! “Ma si,- pensa- basta che non abbia il tempo di trasformarsi nel mio ego!!” e un po’ si dispiace… perché il suo Dio così non potrà proprio più prestarle attenzione!!! Finalmente si spengono le luci nei trentasettemetriquadri. “Ciao”… “A domani”…”Ciao”…”Buona serata”…Anna, Agata, Alessia e Alberta già lo sanno che serata passeranno. Hanno predisposto tutto. Locale, vestiti, scarpe, accessori vari, compagnia. Non devono fare altro che accendere i loro cellulari e lo fanno prima ancora che la saracinesca tocchi terra. Irene entra nel suo appartamento “Ma che è st’olezzo?”. Fa mente locale “ Saranno le banane!” e poi si dirige in cucina prende il cesto della frutta e lo svuota nell’immondizia…”Tanto farà tutta la stessa fine delle banane.” Vorrebbe tornare un altro po’ da Platone, ma qui non ci riesce.Ha troppe cose da fare!…Allora si prepara un caffè che non richiede troppo tempo e neanche troppa fatica… una doccia, due sigarette e con la testa ancora umida chiude la porta di casa. Eccola Irene. Solito pub, soliti amici. Veri stavolta. Per circa due ore della sua giornata non ha bisogno di andare in nessun altro posto…sta lì, davanti al suo rum e parla e …“Chissà dove sono stati loro oggi!!” pensa.
In macchina. Io e A. E’ un mese che rimando questo giorno…c’è il sole e c’è vento. Un vento forte, a raffiche di quelli che potrebbero portarti ovunque, ma io non ho voglia di andare da nessuna parte adesso. Decido, allora, di rimanere in macchina e vaghiamo per strade deserte che potrebbero essere quelle di una qualunque città, in una qualunque domenica pomeriggio, identica a sé stessa e alle altre… Oggi avrei dovuto scrivere qualcosa, ma non ne ho voglia. Avrei dovuto leggere delle cose, ma non ne ho voglia. Oggi avrei potuto portare il cane al parco o chiamare mia cugina per un caffè o andare a riprendere quel libro che ho prestato o vedere un bel film o farmi una maschera, ché e da tanto che non ne faccio, o fare un chiacchierata con Sery o tagliarmi i capelli ( quanto tempo è che rimando?), avrei potuto dedicarmi di più alla mia Stellina o finire di leggere quel dannato libro…ma non ne ho voglia. - Perché ho risposto alla sua chiamata?- mi domando, non senza provare stupore per le mie azioni, mentre percepisco alla mia sinistra un monotono bla bla bla bla…-Sarebbe decisamente meglio avere un moscone nell’orecchio piuttosto che sorbirmi sta’ logorrea insensata!- Cazzo, forse sarei dovuta davvero restare da sola!! -Ok, posso esserlo anche qui- e mi convinco e il grigio dell’asfalto che fugge veloce per nascondersi sotto l’auto mi riempie gli occhi e la mente…finché una volpe sul ciglio della carreggiata mi distrae. E’ morta, travolta da chi è già passato di qui. La nota anche A. e per un attimo, strano, non riesce a spiccicare parola, poi riprende – poverina chissà chi… bla bla bla bla-. Vedo le mosche, i vermi, la putrefazione… -ecco la fine del nostro apparire in questo mondo!- -BASTA!! voglio che mi riaccompagni a casa-.................... Arrivata davanti al portone invece di salire cerco le chiavi nella borsa, le prendo, mi dirigo verso la mia auto, metto in moto e passo nuovamente davanti alla volpe morta…noto qualcosa di diverso (così presto??). Faccio lo stesso tutti i giorni a venire… lei è sempre lì immobile e mutevole allo stesso tempo… e lo sarà ancora finché non sarà divorata da sé stessa e allora scomparirà e sarà come non fosse mai esistita!